I Vangeli

Introduzione ai Vangeli: corso di Sacra Scrittura. Lezioni tenute dalla prof. Maria Laura Mino’.

CHE COSA S’INTENDE PER VANGELO

Obiettivo principale del corso è: prendere confidenza con il Nuovo Testamento. Abbiamo la necessità di capire la modalità propria con cui i vangeli si esprimono, dobbiamo capire cosa è proprio dei vangeli, che cosa  li rende una realtà, una modalità unica, irripetibile della comunicazione della fede.  I vangeli sono una comunicazione della fede. Ma perché quella modalità rimane unica e irripetibile? Perché è proprio  da quella modalità che noi dobbiamo partire per percorrere il nostro cammino di fede, e se non partiamo da lì rischiamo di essere un albero senza radici, o una casa senza fondamenta.

Le fondamenta del nostro credere sono nella Sacra Scrittura. Alcune premesse sono necessarie per capire in che ambito nasce il Vangelo, non dobbiamo dimenticarci che ci separano dai vangeli tre distanze, che fondamentalmente sono:

(1) la distanza di tipo linguistico, la meno grave: non parliamo più la stessa lingua di Gesù e nemmeno parliamo la stessa lingua in cui sono stati scritti i vangeli.

(2) la distanza di tipo storico: viviamo duemila anni dopo e questo significa qualcosa.

(3) la distanza di tipo geografico, culturale e religioso: siamo nella Palestina di duemila anni fa in un ambito diverso, anche se influenzato dalla cultura ellenistica.

Se non ricordiamo queste cose rischiamo sempre di disincarnare i vangeli da quella che è la loro autentica radice. La definizione di vangelo di per sé nasce in ambito profano e non in ambito credente, contrariamente a quanto possiamo pensare. In ebraico il termine vangelo  deriva del verbo bissár: portare un annuncio gioioso, portare un lieto annuncio.

In Isaia troviamo l’uso di un termine profano: messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, applicato però ad un argomento di tipo teologico, perché la buona notizia riguarda il Signore, riguarda Dio, riguarda il ritorno di Dio a Gerusalemme, il ritorno di Dio in mezzo al suo popolo. C’è chiaramente uno slittamento del termine dall’ ambito profano che gli è proprio: dal portare buone notizie in campo militare all’ ambito dell’esperienza di salvezza, di fede.

In greco il termine euaggélion significa buona notizia da cui deriva anche il termine angélos che significa messaggero. Anche il termine euaggélion è usato soprattutto in ambito imperiale: l’annuncio dato dall’ araldo incaricato di far conoscere a tutto l’impero le grandi gesta dell’imperatore. Fin dalle origini, dai tempi di Gesù abbiamo due annunci: buone notizie e vangeli si contrappongono: Cesare e Cristo, l’imperatore che troneggia a Roma, e il maestro. L’uso del termine era familiare in entrambi i campi ma sono espressioni di due mondi ben diversi ( Stai leggendo i Vangeli, corso di Sacra Scrittura ).

SIGNIFICATO ATTRIBUITO DAGLI EVANGELISTI AL TERMINE VANGELO.

Già nell’ Antico Testamento il messaggero, il lieto annuncio era legato comunque all’ intervento di Dio nella storia del suo popolo. Inoltre, l’uso del termine euaggélion indicava che si trattava di un annuncio ufficiale e importante, che meritava attenzione anche se si era all’ oscuro del contenuto.

I generi letterari sono  le forme proprie in cui si esprimono i contenuti propri della Rivelazione. Tutta la Bibbia infatti si esprime in moltissimi generi letterari: la parabola, il racconto di guarigione, i Salmi, che si dividono in Salmi d’invocazione e Salmi di lode. Per genere letterario intendiamo quel legame inscindibile tra forma e contenuto che non può essere sciolto, pena la perdita stessa del contenuto. Le parabole hanno la capacità d’interpellarci, d’interrogarci, di suggestionarci, ma, quando tentiamo di estrapolare i contenuti dalla parabola, l’esito si riduce a qualcosa di molto banale.

Non si può ridurre la parabola ad un insegnamento, ad una morale, perché la parabola in realtà è uno stratagemma che consente a due persone che la pensano in maniera totalmente opposta di entrare in dialogo, di incontrarsi su un terreno neutrale che è appunto la parabola. La parabola presenta un caso di fronte al quale l’interlocutore è chiamato a giudicare, a esprimere una opinione.  Una volta giudicato quel caso ipotetico, astratto ma legato a una storia, l’interlocutore si accorge che la parabola sta parlando di lui e che forse la sua idea iniziale merita di essere modificata o sta per condurlo in una trappola.

Ad esempio, la parabola del padre misericordioso [Luca 15, 11-32]. Chi è il protagonista di questa parabola? Non è il figliol prodigo, nemmeno il padre, ma il fratello maggiore. L’interlocutore a cui Gesù si rivolge in quel momento non sono tanto i peccatori, ma sono i farisei, quelli che si identificano con il fratello maggiore, e che all’ inizio del capitolo [Luca 15,1-2] criticavano Gesù perché sedeva a mensa coi peccatori.

La questione su cui si discute è la comunione di mensa di Gesù coi peccatori, quello che Gesù vuole è che i farisei si rendano conto che il loro atteggiamento è l’atteggiamento del fratello maggiore.

La Tradizione

La Tradizione era qualche cosa di sacro soprattutto in ambito ebraico. Era ciò che consentiva alla Torà, la Legge scritta, di esistere. I rabbini definiscono la Tradizione come la siepe intorno alla Torà ed il Pirqè Avod([1]) inizia dicendo: (1) siate misurati nel giudicare (sedere nei tribunali), (2) suscitate molti discepoli (insegnare nelle scuole), (3) fate una siepe intorno alla Torà (determinare il campo di applicazione dei  precetti rivelati).

La Torà, la legge scritta, rappresenta la pienezza della Rivelazione. Essa è immutabile e irrevocabile, di cui non può cadere neppure uno yod. Le altre parti della Scrittura, cioè i Nebiim, gli scritti dei Profeti, e i Ketubim, i libri storici, pur essendo anch’ esse sacre e ispirate, sono dotate di autorevolezza assai minore. Nella Bibbia la trasmissione della parola è affidata prima di tutto all’ ambito familiare  tuttavia, accanto a essa, diviene via, via più importante un altro anello inserito nella catena della trasmissione il nesso maestro – discepolo.

Lo studio e la messa in pratica della Parola rivelata sono gli assi portanti dell’intero giudaismo dei Padri e quindi hanno bisogno di appoggiarsi sulla trasmissione della parola. Ecco dunque che accanto alla Torà scritta sorge una Torà orale che si presenta come la prima indispensabile interpretazione della Torà scritta. Spetta alla Torà orale stabilire il dettaglio indispensabile per l’esecuzione del precetto ed una retta interpretazione della Torà scritta.

La retta interpretazione doveva impedire che si potesse fare scempio della Torà scritta, così come una siepe custodisce un giardino da incursioni e relative devastazioni. I rabbini arrivavano a dire che insegnare contro la tradizione orale era più grave che insegnare contro la Torà scritta perché se qualcuno avesse insegnato contro la Torà scritta tutti se ne sarebbero  accorti, se qualcuno invece, con intenzione malevola, avesse insegnato contro la tradizione orale avrebbe potuto trarre in inganno più persone. Alcune espressioni nel Nuovo Testamento ci aiutano a cogliere l’importanza della tradizione.

I vangeli si collocano all’ interno di una Tradizione la cui importanza è determinante nel Nuovo Testamento, determinante non solo per Paolo, ma all’ interno della comunità cristiana: ciò da cui non si può prescindere è la testimonianza degli apostoli ovvero la testimonianza dei testimoni oculari. Ci sono quindi alcuni che hanno visto, sentito, toccato,  sono stati accanto, hanno seguito Gesù, si dice nei Vangeli, fin dalla Galilea e poi dalla Galilea fin dall’ inizio del suo ministero, dal suo Battesimo fin sotto la croce, che hanno visto la tomba vuota. Dalla testimonianza di questi non si può prescindere.

 

Queste sono alcune pagine dimostrative de “I vangeli, corso di Sacra Scrittura”

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